Questo blog viene realizzato e tecnicamente aggiornato grazie al cortese aiuto del mio amico Jurek Weitzen Kralkowski.
Buona lettura.
Giacomo Marcucci
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Giacomo Marcucci

Luce e Colore
Salute a tutti! Presto inserirò un po’ di divagazioni sulla luce.
Per il momento ecco un po’ di spettri …:




La luce
Nel linguaggio comune la parola luce indica le onde elettromagnetiche di lunghezze d’onda visibili dall’occhio umano: cioè quelle radiazioni che vanno dai circa 380 nm (violetto) ai circa 780 nm (rosso), e che rappresentano dunque lo ’spettro visibile’.
I confini sono approssimativi perché esistono variazioni tra individui, comunque la maggioranza degli esseri umani ‘vede’ certamente la ‘luce’ tra il 400 e i 700nm. I raggi oltre i 780nm sono detti ‘infrarossi’ o IR, quelli che precedono il violetto ‘ultravioletti’, o UV. La sensibilità dell’occhio umano all’interno dello spettro visibile non è però omogenea (e neppure uguale tra individui): in particolare mediamente si ha un picco di sensibilità più o meno al centro dello spettro (circa 550nm –giallo verde-):
Sia i raggi infrarossi sia i raggi ultravioletti, sebbene siano ‘invisibili’, sono importanti per il fotografo perché sono influenti nella ‘registrazione’ della luce: in particolare la sensibilità ai raggi infrarossi (invisibili) è tipica dei sensori digitali, quella ai raggi ultravioletti (invisibili) è tipica delle pellicole. Questo può portare a dei risultati fotografici molto diversi rispetto alle attese: sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo. Naturalmente questo può permettere di fare delle riprese che mettano apposta in rilievo caratteristiche ‘ottiche’ e fisiche non visibili altrimenti. Ma di questo parleremo più avanti. Non che serva molto ad un fotografo, ma può essere interessante sapere che questa limitata sensibilità dell’occhio umano ad una sola regione (spettro) delle radiazioni elettromagnetiche ha delle ragioni molto precise: i raggi ultravioletti dalla lunghezza d’onda più corta di 380nm sono dannosi per i tessuti umani, e avrebbero effetti distruttivi sulla retina; dall’altra parte i raggi infrarossi oltre i 780nm sono emessi dal corpo umano stesso e ancor di più dall’interno del globo oculare, se la retina fosse sensibile a quei raggi sarebbe dunque abbagliata dai raggi emessi dall’occhio stesso! Un’altra cosa che vale la pena di sapere è che anche le onde radio che arrivano alla lunghezza di 10.000m (10Km) sono elettromagnetiche, così come, dall’altra parte, lo sono i ‘raggi gamma’ dalla lunghezza di un miliardesimo di millimetro!
Ma torniamo al nostro spettro visibile. A voler essere precisi la luce –i raggi luminosi- nel vuoto non sono affatto visibili: quelli che noi vediamo sono gli effetti (in realtà solo una parte di quelli) dell’interazione delle radiazioni con qualche altro ‘corpo’, in particolare i raggi riflessi verso il nostro organo percettivo: ovvero l’occhio. Insomma la ‘luce’ che noi vediamo è per la maggior parte riflessa: è tramite i raggi riflessi che ‘vediamo’ il mondo che ci circonda. Ovviamente vediamo anche i raggi che eventualmente vengono rifratti o diffratti verso i nostri occhi, il caso più noto ed evidente è il cielo azzurro. Abbiamo parlato poco fa di luce riflessa e di raggi rifratti: cosa vogliono dire queste definizioni? Per capirlo occorre avere qualche informazione ulteriore sulla luce.
I raggi luminosi si propagano per via rettilinea (anche nel vuoto dove raggiungono la velocità di circa 300.000 km al secondo, più precisamente c = 299 792,458 km/s), possono subire una deviazione dalla loro traiettoria per tre cause, le quali danno luogo a tre fenomeni importanti per il fotografo: la rifrazione, la riflessione e la diffrazione. Ad essere precisi esiste un altro fenomeno di deviazione dei raggi luminosi: quello postulato da Einstein nella sua ‘teoria della relatività generale’, qui non ne parleremo perché non è necessario per comprendere il comportamento della luce dal punto di vista di un fotografo.
Rifrazione
La propagazione della luce subisce una deviazione dal suo moto rettilineo quando passa da un mezzo di propagazione ad un altro che abbia caratteristiche molecolari tali da diminuirne la velocità. Questa deviazione si chiama appunto rifrazione. Più è alto l’indice di rifrazione maggiore è la deviazione subita dalla luce. E’ interessante però sapere che la rifrazione non è uguale per tutte le lunghezze d’onda: le lunghezze d’onda di maggiore ampiezza (il rosso) subiscono una deviazione minore di quelle più corte (violetto). Questa comporta la scomposizione (dispersione ) della luce ‘bianca’ (la luce bianca tipica è quella solare) nelle varie lunghezze d’onda dei vari raggi che la compongono, facendo passare la luce attraverso un prisma avremo la proiezione dello spettro cromatico:
Oppure:
La rifrazione è importante per il fotografo perché è proprio sfruttando la rifrazione dovuta al passaggio della luce dall’aria al vetro che vengono progettati e costruiti i sistemi ottici che proiettano l’immagine sul piano focale, consentendone la registrazione.
Riflessione
Quando i raggi di luce raggiungono la superficie di un ‘corpo’ che non ne permetta la penetrazione (totale o parziale), si riflettono sulla superficie. In altri termini la luce ‘rimbalza’ su quella superficie cambiando traiettoria. Questo avviene per via della struttura (atomica) del materiale, che non permette la trasmissione del flusso luminoso al suo interno. La spiegazione fisica di questo fenomeno esula dagli scopi di questo scritto. La riflessione della luce visibile può essere anche impedita -in gran parte- da una superficie che assorba il flusso luminoso: una superficie con queste caratteristiche appare all’occhio ‘nera’. Del suo opposto ‘psicologico’, ossia della superficie che appare ‘bianca’, parleremo tra poco.
Il tipo più semplice di riflessione è la ‘riflessione speculare’ che si verifica quando la superficie su cui incide la luce è perfettamente levigata, lucida e liscia. Il raggio riflesso ha in questo caso un angolo di uscita uguale a quello del raggio incidente, ma rovesciato –appunto specularmente- in modo simmetrico rispetto all’ortogonale della superficie:
Ognuno di noi ha un’esperienza quotidiana di cosa sia uno specchio piano, che rappresenta una condizione tipica di riflessione speculare tanto da dargli il nome, non credo quindi che occorra parlarne oltre. Occorre però dire che la riflessione speculare perfetta nella realtà non esiste, e rappresenta un caso limite, utile ciononostante per fare dei calcoli teorici. All’opposto della riflessione speculare ‘perfetta’ e totale – una riflessione dunque in cui nessun raggio penetri oltre la superficie né venga assorbito da essa- troviamo la riflessione totale ‘diffusa perfettamente uniforme’, cioè una riflessione di ‘tutta’ la luce incidente in tutte le direzioni possibili:
Anche questo è un caso limite ‘ideale’: nella realtà la maggioranza delle superfici ‘riflettenti’ si colloca entro questi casi estremi approssimandosi più o meno ad uno di essi.
(la lunghezza delle frecce indica la quantità di luce riflessa)
Abbiamo parlato sin qui di ‘riflessione totale’: è bene dire subito che anche questo è un caso ideale. Nel mondo reale non esistono superfici che riflettano ‘tutta’ la luce che li colpisce, una parte di radiazione sia pur minuscola penetra comunque la superficie, sia che venga ‘assorbita’ sia che continui la sua traiettoria all’interno del ‘corpo’ (subendo però una deviazione nel caso che quest’ultimo abbia un indice di rifrazione diverso da quello dell’aria: vi ricordate?). Quando la percentuale della luce riflessa da una superficie è elevata e prevalentemente diffusa, senza apportare però nessuna ‘selezione’ tra le varie lunghezze d’onda, la superficie appare visivamente ‘bianca’. Quando la luce è riflessa altresì in modo indifferenziato e diffuso, ma in una percentuale relativamente bassa, la superficie appare ‘grigia’. A questo punto viene da domandarsi quale sia la linea di confine precisa tra il grigio e il bianco: questo confine in realtà non esiste e si può ‘deciderlo’ solo per confronto. Altrettanto sfumato è il confine tra il grigio scuro e il nero. Tutte tre le superfici: nera, bianca e grigia sono ‘neutre’, ossia non assorbono nessuna lunghezza d’onda in particolare. Quando invece l’assorbimento della luce incidente riguarda solo alcune lunghezze d’onda, la superficie riflette tutte le altre, dando la sensazione di essere ‘colorata’. In questo caso parleremo di riflessione ‘selettiva’. Vedremo tra poco questo fenomeno, quando ci occuperemo di colore.
La diffrazione
La diffrazione è il terzo caso di deviazione delle onde elettromagnetiche. La sua analisi e descrizione dal punto di vista fisico sarebbe complessa e dovrebbe coinvolgere necessariamente la matematica. In questo testo mi limiterò a descrivere alcuni casi interessanti per il fotografo. La diffrazione può essere descritta come la ‘deviazione’ che un raggio luminoso subisce quando incontra un ostacolo di dimensioni simili alla sua lunghezza d’onda, Il punto di impatto si comporta in questo caso come una fonte secondaria di onde puntiforme. Quando la luce attraversa un foro o una fenditura talmente piccola da essere comparabile alla lunghezza d’onda delle radiazioni della luce visibile (380-780nm) molti dei suoi raggi vengono ‘diffratti’, cioè cambiano traiettoria:
la luce dunque si piega leggermente lungo l’orlo di barriere aggirandole e propagandosi anche dietro di esse quando queste hanno una dimensione dell’ordine della lunghezza d’onda della luce. Questo può generare inoltre interferenze:
Dal punto di vista pratico questo può avere degli effetti negativi in sistemi ottici, portando ad un peggioramento della risoluzione e contrasto dell’immagine ‘proiettata’. E’ per questo che con obiettivi dalla lunghezza focale molto corta, quando si chiude molto il diaframma, e quindi si fa passare la luce per un ‘foro’ molto piccolo, si ha una notevole riduzione della capacità risolutiva e del contrasto. Questo fenomeno è dato dall’aumento percentuale dei raggi ‘diffratti’ e ‘fuori fuoco’ rispetto a quelli che seguono il percorso ‘rifrattivo’ previsto dal progetto, e che andranno a formare l’immagine ‘a fuoco’ sul piano focale.
Da: Andreas Feininger: La fotografia: Principi di composizione. (A. Vallardi)
Una buona fotografia = sintesi ben riuscita di tecnica + composizione.
TECNICA:
· Controllo della nitidezza dell’immagine (messa a fuoco).
· Controllo dell’esposizione (tempo e diaframma).
· Sviluppo e stampa.
A TUTTO QUESTO PENSA IN GENERE LA MACCHINA
COMPOSIZIONE:
l’organizzazione degli elementi dell’immagine.
E QUESTA DIPENDE SOPRATTUTTO DAL FOTOGRAFO
Comprende:
· INQUADRATURA: ciò che entra nel rettangolo del fotogramma: guardando nel mirino il fotografo decide quanto può e deve far parte dell’immagine e si rende conto di come i vari elementi agiscono uno rispetto all’altro: dipende dalla distanza tra fotocamera e soggetto e dalla focale dell’obiettivo.
· PROSPETTIVA: dipende dalla distanza tra soggetto e fotocamera e dall’angolo di ripresa (per cui cambia allontanandosi o avvicinandosi al soggetto, spostandosi verso destra o verso sinistra tenendo la fotocamera all’altezza degli occhi, più alta o più bassa.
· ILLUMINAZIONE: qualità della luce (laterale, diffusa, controluce) - disposizione dei vari elementi chiari, scuri dei colori.
· MOVIMENTO: congelato / mosso.
· DISPOSIZIONE e rapporti reciproci delle forme, linee e colori nell’immagine; posizione del soggetto (e degli altri elementi) – alcuni considerano la composizione in senso restrittivo solo sotto quest’ultimo aspetto e lo considerano indipendente dagli altri quattro – .
La tecnica è facile perché ben definita, oggettiva, si può apprendere facilmente; tutti possono ottenere fotografie tecnicamente perfette. (Ma anche fotografie tecnicamente perfette, ci possono lasciare indifferenti).
La composizione è difficile perché indefinita, soggettiva: implica la sensibilità, il gusto; è il prodotto della cultura personale e della cultura fotografica e i fattori che la determinano sono in gran parte soggettivi. (e ciò che piace a una persona può lasciare fredda un’altra).
La composizione non è un atto specifico del processo di ripresa, ma ha a che fare col modo di pensare del fotografo.
La composizione inizia nel momento in cui uno decide di scattare una fotografia; ed è il fotografo che deve decidere perché solo lui sa cosa vuole dire con la sua fotografia.
La composizione è quindi un concetto vago, personale; non ci sono due fotografi che la pensino allo stesso modo e siano d’accordo su tutti i punti che concernono la composizione.
Natura e scopi della composizione
La composizione è il mezzo più importante che ha in mano il fotografo per esprimere la propria personalità.
La composizione à indipendente dal soggetto; si possono fare composizioni di nature morte (Morandi), forme astratte (Kandinsky), oggetti geometrici (Mondrian), oggetti insignificanti (Van Gogh) che apparentemente non interessano a nessuno.
Tutti sono d’accordo che una composizione ben fatta produrrà un’impressione più forte che una composizione fiacca, senza nerbo.
“Una buona composizione è la maniera più forte di vedere le cose” (Edward Weston)
La composizione fotografica non è un processo graduale, ma deve prendere in considerazione simultaneamente tutti i diversi aspetti della futura immagine (inquadratura, prospettiva, luce, movimento, posizione del soggetto) perché essi sono indissolubilmente legati l’uno all’altro e un cambiamento di uno determina un cambiamento anche negli altri; inoltre tutti insieme determinano l’immagine finale.
Domande che dovrebbe porsi il fotografo prima di scattare.
· Come mettere ordine nel caos che ci circonda, dove ogni cosa interferisce con le altre?
· Come separare l’essenziale dal superfluo?
· Come isolare il soggetto, semplificare l’immagine?
· Come presentare ciò che vedo e sento nella forma visiva più eloquente?
“Regole” accademiche più diffuse e citate
relative alla composizione.
La “sezione aurea”: assicura all’immagine proporzioni gradevoli; ma col suo effetto di serenità e armonia può anche condurre ad effetti fiacchi e noiosi.
La curva a “S”: è uno dei più triti cliché figurativi.
Le cosiddette “linee guida”: linee che dovrebbero guidare lo sguardo dell’osservatore verso il cosiddetto “centro di interesse”. Sono state condotte ricerche scientifiche con speciali apparecchiature e si è dimostrato che l’occhio individua immediatamente la parte dell’immagine di maggiore interesse trascurando completamente le linee-guida accuratamente predisposte. Sono illusioni dei fotografi tradizionalisti.
Composizioni basate su triangoli, diagonali, curve raffinate: spesso tali figure esistono solo nella mente dei fotografi che le hanno inventate. In effetti anche un fotografo occasionale, dopo qualche tentativo, tagliando qua e là e usando un po’ di fantasia finisce per uniformarsi a un tipo di composizione concepita “a posteriori” triangolare o di altro genere. L’osservatore che non ha preconcetti, però, non nota simili accorgimenti anche se gli vengono segnalati e quindi se ne disinteressa completamente.
L’orizzonte, o un’altra linea importante, non deve mai dividere l’immagine in due parti uguali perché ne risulterebbe un effetto monotono. Ma se il fotografo con la sua foto volesse proprio rendere l’idea della monotonia?
Movimento e azione dovrebbero sempre procedere da sinistra verso destra perché questo è il senso normale di lettura. Ma ebrei e arabi scrivono da destra verso sinistra.
In una fotografia lo spazio davanti al soggetto in movimento dovrebbe essere maggiore dello spazio alle sue spalle. Ma un oggetto in movimento posto presso il margine della foto verso il quale si muove dà l’idea dell’arrivo e ciò a volte può essere importante.
Nel ritratto quando il soggetto non guarda l’apparecchio fotografico, si dovrebbe lasciare maggior spazio nella parte dove si dirige lo sguardo. Cosa non necessariamente vera, soprattutto se si vuole dare un senso di tensione.
La sezione aurea: è uno dei criteri compositivi più usati dalla tradizione e consiste nel disporre il soggetto in una posizione leggermente decentrata; è anche un modo di dividere lo spazio nelle proporzioni di 5 : 8 A:B=B:(A+B)
(Il rapporto 1 : 3 - divisione lo spazio in terzi – è troppo lontano dalla sezione aurea, tuttavia alcuni lo usano).
In fotografia si applica principalmente per le seguenti ragioni:
· dare proporzioni gradevoli all’immagine
· fissare la posizione dell’orizzonte
· fissare la posizione del soggetto (quando ce n’è uno solo)
Alcuni movimenti e tendenze dell’arte moderna rifiutano (provocatoriamente) qualsiasi regola compositiva (Dadaismo, Futurismo, Pittura informale).
I principi della composizione.
Pur non essendoci regole precise di composizione, esistono dei principi sicuri dai quali un fotografo può lasciarsi guidare.
Comporre = dare forma combinando assieme.
Ciò implica mettere in evidenza, semplificare, isolare, aggiungere, togliere, riordinare, selezionare e scartare idee, concetti, aspetti del soggetto e componenti dell’immagine in base a una scelta precisa. Questo processo può essere riassunto nelle seguenti fasi.
ESPLORAZIONE: esplorare un soggetto in profondità significa osservarlo da tutte le parti, davanti, dietro, sopra, sotto, e destra, a sinistra; ma soprattutto vuol dire studiarlo in rapporto allo sfondo e a quanto lo circonda.
E anche in rapporto alla luce (diretta, diffusa, laterale, controluce). Se ci sono elementi di disturbo nell’inquadratura, tante volte basta spostarsi lateralmente anche di poco per mandare fuori campo un particolare indesiderato dello sfondo o basta abbassarsi. Anche piccoli spostamenti possono produrre differenze significative sul risultato finale. Oppure, se questo è possibile, si può ottenere l’esito voluto cambiando la distanza dal soggetto avvicinandosi, oppure allontanandosi e usando un teleobiettivo.
Oppure usare la “messa a fuoco selettiva”: cioè chiudere il diaframma il minimo indispensabile. (Un assortimento di obiettivi intercambiabili assicura la padronanza dello spazio e delle distanze).
ISOLAMENTO del soggetto: togliere materialmente le cose che disturbano; oppure, se il soggetto si può spostare, trovare un ambiente migliore; oppure cercare di riempire col soggetto tutta o quasi l’immagine (o avvicinandosi o con un teleobiettivo: ma il risultato finale è diverso; spostando la fotocamera varia non solo il rapporto di riproduzione del soggetto che diventa più grande, ma anche il rapporto tra soggetto o primo piano e sfondo; usando un teleobiettivo invece, si fa variare solo il rapporto di riproduzione del soggetto – diventa più grande – ma non si varia il rapporto tra soggetto e sfondo).
ORGANIZZAZIONE: implica ordine.
Una fotografia può essere “organizzata” in molti modi secondo la natura del soggetto e le intenzioni del fotografo, che reagisce in modo personale a quello che vede.
Una fotografia può essere organizzata sfruttando le linee, i colori, le forme, le luci, le ombre; può inoltre essere composta in modo da creare un’impressione statica di ordine, tranquillità, pace; oppure un’impressione dinamica di azione, di drammaticità, movimento, tensione.
GLI ELEMENTI DELLA COMPOSIZIONE
Sono le linee, le forme, le tonalità di grigio o di colori, le zone di luce o di ombra.
Linee
La maggior parte delle fotografie contiene un certo numero di linee, alcune volte di poca importanza, ma altre volte di molta importanza se le linee sono linee dominanti e caratterizzano una composizione.
Linee orizzontali: suscitano idee di stabilità, tranquillità.
Linee verticali : se sono linee verticali convergenti (perché l’apparecchio è stato inclinato) sono il simbolo grafico più potente dell’altezza; le diagonali (nella realtà potrebbero anche essere orizzontali o verticali): sono le più dinamiche di tutte le linee, un simbolo grafico del movimento, dell’azione, della precarietà.
Linee frastagliate: (come il profilo di una città) sono l’opposto di quanto è liscio e tranquillo, hanno un effetto eccitante; colpiscono l’attenzione.
Linee di movimento o di forza: rappresentate dallo sguardo di una persona rivolto verso una precisa direzione, da un movimento del braccio, di un’automobile… : sono linee importanti che possono servire come base per la composizione.
La linea dell’orizzonte: divide una fotografia in due parti, la terra e il cielo, le cui proporzioni hanno un’ influenza decisiva sull’immagine.
Un orizzonte alto suggerisce le qualità terrestri del soggetto.
Un orizzonte basso dà invece risalto al cielo.
Un orizzonte che divide l’immagine in due parti quasi uguali dà lo stesso risalto al cielo e alla terra generando un’impressione di monotonia, un effetto che può essere desiderabile se si vogliono mettere in rilievo qualità monotone di un soggetto.
L’orizzonte dovrebbe essere riprodotto perfettamente orizzontale anche in fotografia, perché anche una minima inclinazione indica una certa trascuratezza; quando invece l’inclinazione è voluta, l’angolo deve essere pronunciato e non piccolo da sembrare un difetto o un infortunio.
Colori
Anche il colore è un aspetto importante della composizione.
In una fotografia a colori, il colore del soggetto è il più importante tra i fattori che determinano la composizione grafica.
Il colore del soggetto è molto influenzato dal colore della luce ambiente, che in esterno cambia secondo le ore del giorno e le condizioni atmosferiche; se la prima occasione non è propizia conviene attendere con pazienza o ritornare in un altro momento.
Una leggera sovraesposizione produce colori più tenui; una sottoesposizione colori più saturi.
La tonalità di un colore è più importante del numero dei colori accostati. In genere, i colori tenui sono ancora poco sfruttati in campo fotografico.
Sfondo e primo piano
Occorre decidere quanto lo sfondo deve interagire col soggetto in primo piano, e quindi evitare gli sfondi inadatti che sminuiscono il soggetto o distraggono.
In alcuni casi lo sfondo fa parte integrante dell’immagine e viene messo in risalto dalla massima profondità di campo.
Rapporto spaziale
Nei paesaggi specialmente, è utile inserire nella composizione un oggetto di dimensioni familiari (ad es. una figura umana) che fornisce all’osservatore un elemento di misura che gli consenta di rendersi conto delle dimensioni dell’ambiente.
L’inquadratura
Tre regole di composizione sicure:
1. Le piccole aree bianche del soggetto o dello sfondo confinanti con i bordi dell’immagine danno un effetto tanto più spiacevole quanto più le aree vicine sono scure.
2. Le linee curve e le forme rotonde vicino ai margini non devono mai toccare i bordi della stampa, ma devono essere separati da uno spazio conveniente oppure tagliate coraggiosamente, vale a dire che un’ampia parte della curva va lasciata fuori dall’immagine.
3. Le linee che tagliano più o meno diagonalmente un angolo dell’immagine non devono “spaccarlo” esattamente in due ma dovranno uscire dal lato orizzontale o verticale a una certa distanza dell’angolo.
LE FORME DELLA COMPOSIZIONE
Al fotografo infine spetta un’ulteriore scelta tra due forme radicalmente diverse di composizione: la statica e la dinamica. (O naturalmente tutti gli stadi intermedi tra le due)
Composizione statica.
E’ quasi indispensabile se un fotografo vuole evocare sensazioni di quiete, pace, stabilità. Questo accade quando:
· il soggetto è al centro,
· le linee sono convergenti verso il centro,
· le linee orizzontali o verticali non sono deformate,
· gli oggetti e le persone sono visti di fronte,
· le linee architettoniche non sono convergenti,
Una composizione centrale può essere sommamente efficace nei casi in cui il soggetto ha una forma completa e autosufficiente: piazzando il soggetto al centro, il soggetto deve valerne veramente la pena, perché se non è così forte deluderà l’inconscia aspettativa generata dalla sua posizione; meglio allora spostarlo il qualche altra posizione del fotogramma.
Composizione dinamica.
E’ quasi indispensabile quando un fotografo vuole evocare sensazioni di azione, movimento, velocità, vita, drammaticità, forti emozioni, precarietà.
Questo accade quando:
· il soggetto è situato presso uno dei bordi, anziché al centro,
· l’immagine è asimmetrica,
· prevalgono linee inclinate o diagonali,
· le linee verticali sono convergenti.
Tipici esempi di composizione dinamica sono le riprese dall’alto, dal basso, le immagini distorte di soggetti architettonici in cui le linee verticali convergono, le immagini in cui i soggetti in movimento sono mossi.
Equilibrio dinamico.
E’ una composizione a mezza via tra statica e dinamica in quanto contiene elementi di equilibrio ed elementi dinamici.
E’ statica quando gli elementi dell’immagine sono otticamente equilibrati; è dinamica perché la disposizione è asimmetrica.
Questa composizione è particolarmente dinamica in tutti i casi in cui il soggetto possiede sia qualità statiche che qualità dinamiche.
Altri modi di composizione.
Sfruttando una “cornice” che è un mezzo di solito efficace per valorizzare un soggetto.
Composizioni a schema ripetitivo (o modulare): quando lo stesso elemento si ripete più volte in modo regolare; è un espediente per presentare un soggetto interessante in una forma grafica più efficace. Ma se il soggetto di per sé è debole il risultato sarà una foto banale.
CONCLUSIONE
1. La realtà non è mai perfetta come la vorremmo e pochi soggetti sono di natura interamente statica o interamente dinamica; ci sono poi infinite vie di mezzo. E’ compito del fotografo dare forma, organizzare e presentare i vari aspetti in modo soddisfacente.
2. Quasi mai c’è un solo punto di vista efficace.
Uno studio più approfondito del soggetto rivela immagini migliori, più significative; si scoprono aspetti nuovi e inattesi, angoli di ripresa, qualità, effetti di luce migliori: anche piccole modificazioni nell’approccio al soggetto possono produrre differenze significative sul risultato finale.
I professionisti lo sanno e studiano il loro soggetto da tutti i lati, sotto tutti gli aspetti, sanno quello che vogliono ottenere prima; studiano:
· il soggetto, l’ambiente, lo sfondo;
· la direzione e la qualità della luce;
· la distanza, l’angolo di ripresa, il movimento;
· come presentare il soggetto nella maniera più efficace.
3. Non esistono regole di composizione, e meno che mai regole inviolabili; ci sono soltanto dei principi; anche questi però vanno presi solo come idee-guida, passibili di interpretazioni e di revisioni.
Se un fotografo sente fortemente una composizione, dovrebbe esprimersi liberamente senza curarsi delle opinioni altrui.
Da: Andreas Feininger: La fotografia: Principi di composizione. (A. Vallardi)